Vicinanze – Nardones Suite https://www.nardonesuite.it Per notti indimenticabili all'ombra del vesuvio Fri, 08 Feb 2019 16:15:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.7.15 Galleria Umberto https://www.nardonesuite.it/vicinanza/galleria-umberto/ Sun, 20 Jan 2019 14:36:39 +0000 https://www.nardonesuite.it/?post_type=itinerario&p=269 La Galleria Umberto I è una galleria commerciale costruita a Napoli tra il 1887 e il 1890

Storia
La zona su cui sorge la Galleria era già intensamente urbanizzata nel XVI secolo ed era caratterizzata da un groviglio di strade parallele raccordate da brevi vicoli, che da via Toledo sboccavano di fronte a Castel Nuovo. Questi vicoli godevano di cattiva fama in quanto vi si trovavano taverne (famigerata era la taverna della Cagliantese o Cagliantesa) case di malaffare e vi si consumavano delitti di ogni genere. La fama conquistata dalla zona nei secoli, già nota a Giambattista Basile che immortalò le donne di malaffare del luogo nella sua opera Le muse napolitane, si mantenne per quasi tutto l’Ottocento.

Negli anni ottanta del XIX secolo il degrado del luogo toccò punte estreme: nei vicoli si ergevano edifici a sei piani, la situazione igienica era pessima e non fa meraviglia che tra il 1835 ed il 1884 in questa area si fossero verificate ben nove epidemie di colera. Sotto la spinta dell’opinione pubblica, dopo l’epidemia del 1884 si cominciò a considerare un intervento governativo.

Nel 1885 fu approvata la Legge per il risanamento della città di Napoli (quel periodo fu appunto detto del risanamento), grazie alla quale la zona di Santa Brigida ricevette una nuova definizione territoriale. Furono presentate varie proposte, il progetto che risultò vincente fu quello dell’ingegner Emmanuele Rocco, poi ripreso da Antonio Curri ed ampliato da Ernesto di Mauro successivamente. Tale progetto prevedeva una galleria a quattro braccia che si intersecavano in una crociera ottagonale coperta da una cupola. Le demolizioni degli edifici preesistenti (ad esclusione del palazzo Capone) iniziarono il 1º maggio 1887 ed il 5 novembre dello stesso anno fu posta la prima pietra dell’edificio. Nel giro di tre anni, precisamente il 19 novembre 1890, la nuova galleria veniva inaugurata.

 

Descrizione

Esterno
L’ingresso principale, che si apre su via San Carlo, è costituito da una facciata ad esedra, che in basso presenta un porticato architravato, retto da colonne di travertino e due archi ciechi, l’uno d’accesso alla galleria, l’altro aperto sull’ambulacro. Seguono un ordine di finestre a serliana, separate da coppie di lesene dal capitello composito, ed un secondo piano con finestre a bifora e lesene simili alle precedenti. L’attico presenta coppie di finestre quadrate e lesene dal capitello tuscanico, queste ultime tra le finestre sono scanalate.

L’arco di destra mostra, sulle colonne, da sinistra verso destra, l’Inverno, la Primavera, l’Estate e l’Autunno, soggetti tradizionali che rappresentano lo svolgersi del tempo a cui sono legate le attività umane, il Lavoro e il Genio della scienza. Sul fastigio troviamo il Commercio e l’Industria semisdraiati ai lati della Ricchezza, miti della società borghese.

L’arco di sinistra mostra, sulle colonne, i quattro continenti l’Europa, l’Asia, l’Africa e l’America. Nelle nicchie invece sono rappresentati, a sinistra, la Fisica e, a destra, la Chimica. Sul fastigio, sdraiati, il Telegrafo, a destra, e il Vapore, a sinistra che affiancano la figura dell’Abbondanza. Si presenta dunque un’immagine positiva della scienza e del progresso capaci di unificare le diverse parti del mondo. Nel soffitto del porticato si notano una serie di tondi con divinità classiche. Gli dei raffigurati sono Diana, Crono, Venere, Giove, Mercurio e Giunone.

Le facciate minori hanno una struttura simile ma presentano unicamente decorazioni in stucco. La facciata su via Toledo reca, ai lati dell’ingresso, due coppie di putti con scudi nei quali sono rappresentati gli emblemi dei due seggi di Napoli: il cavallo frenato per Capuana a destra, ed una porta per Portanova a sinistra. La facciata su via Santa Brigida presenta, negli scudi retti dai putti, gli emblemi dei seggi di Porto, con l’uomo marino a sinistra, e di Montagna con i monti a destra. Ai lati dell’arco ci sono due pannelli allusivi alla guerra e alla pace. La facciata di via Verdi ha, negli scudi, gli emblemi del seggio di Nido, con un cavallo sfrenato a sinistra, e del Popolo, con la P a destra. Ai lati dell’arco sono presenti due pannelli allusivi all’abbondanza e alla ricchezza caratterizzati dalla coltivazione della terra e dall’esercizio della navigazione.

Interno
L’interno della galleria è costituito da due strade che si incrociano ortogonalmente, coperte da una struttura in ferro e vetro. Le delimitano alcuni palazzi, quattro dei quali con accesso dall’ottagono centrale. Le loro facciate rispecchiano quella principale: l’ordine inferiore, infatti, è diviso da grandi lesene lisce, dipinte a finto marmo che inquadrano gli ingressi dei negozi e dei soprastanti mezzanini. Seguono al primo piano le serliane, al secondo le bifore, nell’attico le finestre quadrate.

La volta in vetro e ferro, progettata da Paolo Boubée, riesce ad armonizzarsi perfettamente con la struttura in muratura: a ciò contribuisce lo stretto rapporto fra le strutture portanti in muratura e quelle in ferro. Negli otto pennacchi della cupola otto figure femminili in rame sostengono altrettanti lampadari. Gli ampi ventagli posti nelle testate dei bracci recano complesse scene in stucco, tutte in relazione con la musica. Sul tamburo della cupola, decorato con finestre a semicerchio, è visibile la Stella di Davide, riproposta in tutte e quattro le finestre. La ragione della sua presenza è dovuta al fatto che la Galleria Umberto I è la sede storica della massoneria napoletana, in particolare della loggia massonica Grande Oriente d’Italia. La stella di David in questo caso – oltre essere sé stessa – in quanto è formata da due triangoli invertiti, rappresenta il simbolo della massoneria.

Nel pavimento sotto la cupola si trovano mosaici con venti e segni dello zodiaco firmati dalla ditta Padoan di Venezia, che li realizzò nel 1952 a sostituzione degli originali danneggiati dal calpestio e dalla guerra. I bombardamenti provocarono la distruzione di tutte le coperture in vetro. Presso gli ingressi busti e lapidi commemorano luoghi scomparsi e coloro che parteciparono alla realizzazione dell’opera.

Nel braccio verso via Verdi si trova una scritta che ricorda la locanda Moriconi che nel 1787 aveva ospitato Goethe. Entrando invece del lato del Teatro San Carlo ci si imbatte nella lapide dedicata a Paolo Boubée. Nella parte sottostante la Galleria esiste un’altra crociera, di dimensioni minori, con al centro il teatro della Belle Époque, il Salone Margherita, che per più di vent’anni fu la sede principale dello svago notturno dei napoletani, accogliendo diversi importanti personalità nazionali come: Matilde Serao, Salvatore Di Giacomo, Gabriele D’Annunzio, Roberto Bracco, Ferdinando Russo, Eduardo Scarfoglio e Francesco Crispi.

 
Nel ventunesimo secolo
Progettata anche con l’intento di essere essa stessa un’opera monumentale, al pari delle altre circostanti (Maschio Angioino, Real Teatro San Carlo, Palazzo Reale, Basilica di San Francesco Di Paola) la galleria Umberto I, sin dalla sua costruzione, divenne immediatamente un fondamentale polo commerciale della città di Napoli, grazie anche all’ubicazione che la vede circondata dalle strade dello struscio quali Via Toledo, Via Santa Brigida e la non lontana Via Medina. Anche per la sua vicinanza a importanti luoghi della cultura e della politica, la Galleria ben presto divenne anche centro mondano della città, a tal punto da essere scelta nel 1896 come sede della prima sala cinematografica della città, nonché una delle prime in Italia, voluta dal padovano Mario Recanati, dove furono proiettati i primi film dei fratelli Lumière.

Questa ha ospitato per oltre 50 anni gli sciuscià, i lustrascarpe della città. Farsi lustrare le scarpe all’interno della galleria, era una usanza consentita agli uomini chic della città di Napoli. Oggi questo “rito” è scomparso, anche se è rimasto un ultimo sciuscià “veterano”, che continua la tradizione all’ingresso della Galleria sul lato di Via Toledo.

All’interno della Galleria ci sono gli ingressi di quattro stabili, strutturati su cinque piani, di cui i primi due sono utilizzati quasi unicamente per le attività commerciali presenti in Galleria (per lo più negozi di moda e abbigliamento, ristoranti e caffè e un fastfood), mentre gli ultimi tre piani sono destinati ad uffici, qualche abitazione privata e ad alberghi. L’interno degli edifici ha recentemente subito un intervento di restauro che ha riportato all’aspetto originario le molte sculture decorative, gli imponenti busti e le caratteristiche decorazioni liberty. I lavori di restauro tuttavia non sono ancora ultimati ma pian piano procedono per riportare questa splendida struttura al suo antico splendore

Al secondo piano della facciata principale c’è il museo del corallo e ne occupa la gran parte, dai balconi del museo i rilievi di stucco della facciata del Teatro di San Carlo sono quasi “a portata di mano” e così pure le famose sculture marmoree di Carlo Nicoli che severamente sostengono le ampie finestre dei saloni principali.

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Piazza Plebiscito https://www.nardonesuite.it/vicinanza/piazza-plebiscito/ Sun, 20 Jan 2019 14:24:27 +0000 https://www.nardonesuite.it/?post_type=itinerario&p=260 Piazza del Plebiscito (già largo di Palazzo o Foro Regio) è una piazza di Napoli posizionata a termine di via Toledo, non appena oltrepassata piazza Trieste e Trento.

Ubicata nel centro storico, tra il lungomare e via Toledo, con una superficie di circa 25 000 metri quadrati la piazza si presenta come una delle più grandi della città e d’Italia e per questo è quella più utilizzata per le grandi manifestazioni.

Descrizione
Vista del Palazzo Reale a piazza Plebiscito dal colonnato della basilica
Piazza del Plebiscito può essere suddivisa in due parti distinte: la prima è ai piedi della Basilica e segue una conformazione semicircolare, mentre l’altra – al di sotto dell’asse di chiusura dell’emiciclo – ha una forma rettangolare, determinata nei lati brevi dalle cortine dei palazzi gemelli e nel lato lungo dal profilo del palazzo Reale.

Nei centri dei due quarti di cerchio in cui è frammentato l’emiciclo, lungo l’asse di chiusura del colonnato, si ergono isolate nella piazza le due statue equestri di Carlo III di Borbone (iniziatore della dinastia borbonica) e di suo figlio Ferdinando I; la prima realizzata da Antonio Canova, mentre la seconda, iniziata dallo stesso Canova e completata con l’inserimento del cavaliere dallo scultore napoletano Antonio Calì.

Come già accennato, la piazza lateralmente è chiusa da due edifici simmetrici ed identici, gli odierni palazzo della Prefettura (verso l’entroterra) e palazzo Salerno (verso il mare). Questi due, fronteggiandosi, formano un ampio spazio di passeggio finalmente delimitato dal palazzo Reale di Napoli; in questo modo, si viene a creare una scenografica piazza rettangolare con esedra porticata a semicerchio, come nelle intenzioni del Bianchi.

Storia
Uno slargo nel sito sul quale insiste oggi piazza Plebiscito esisteva già intorno al 1543 in conseguenza alla costruzione di un palazzo Vicereale, voluto da Pedro Álvarez de Toledo y Zúñiga; l’intervento, diretto dagli architetti Ferdinando Manlio e Giovanni Benincasa, richiese infatti l’espropriazione di parte del terreno dei conventi di Santo Spirito e di San Luigi per realizzare «una spianata» e una strada «innanzi la chiesa di Santo Loise».

Fu solo con l’edificazione dell’attuale palazzo Reale di Napoli, tuttavia, che ebbe effettivamente inizio la storia di piazza Plebiscito. Il progetto venne affidato a Domenico Fontana, che – memore della lezione romana – decise di rivolgere la nuova residenza vicereale non più verso la «strada Toledana», bensì verso il nascente slargo, opportunamente livellato così da fornire una scenografica quinta architettonica alla costruenda fabbrica. In questo modo, l’architetto ebbe anche l’opportunità di far dialogare tra di loro «lo spazio chiuso della vecchia città e lo spazio aperto della marina», come ricordato da Giulio Carlo Argan.

Una volta completato il palazzo Reale lo slargo, finalmente battezzato «largo di Palazzo», divenne rapidamente il centro vitale della città, oltre che un’area pubblica di rappresentanza di tutto rilievo. «Polo decisionale e centro della vita cortigiana», il Largo ebbe anche il merito di creare un polo d’attrazione per la classe aristocratica e nobile, ancora restia a insediarsi oltre il perimetro del centro storico.

 

Il Largo di Palazzo in età vicereale e borbonica
Quando il potere vicereale si insediò stabilmente nel palazzo Reale, il Largo non aveva una conformazione adeguata di piazza. I diversi viceré che si susseguirono nel tempo, d’altro canto, non si occuparono di predisporre un progetto urbanistico di vasto respiro, cercando invece di restituire una configurazione architettonica unitaria mediante l’allestimento di numerose e ricche «sistemazioni effimere». Nel primo ventennio del Seicento, per esempio, il lato del Largo rivolto verso il mare venne abbellito con diversi elementi scultorei, tra cui una maestosa fontana a tre archi progettata da Pietro Bernini e Michelangelo Naccherino, ed un colossale busto di Giove rinvenuto a Pozzuoli, meglio noto come Gigante di Palazzo.

Non di rado, inoltre, il Largo veniva abbellito da scenografici addobbi, spesso allestiti in occasione di eventi legati alla famiglia reale, come attestato nelle incisioni di Nicolas Perrey. Per il primo intervento architettonico di rilievo bisognerà attendere gli ultimi decenni del Settecento, quando venne costruito su progetto di Francesco Sicuro il Palazzo per i Ministri di Stato borbonici: l’edificazione di questa fabbrica, infatti, comportò l’adozione di una nuova sistemazione viaria, oltre che profonde mutazioni urbanistiche.

 

Il progetto per il Foro Gioacchino
Nonostante i ripetuti interessamenti, fu solo all’inizio dell’Ottocento, durante il periodo napoleonico, che la piazza cambiò completamente volto. Il nuovo re Gioacchino Murat, nel solco dei vasti rinnovi urbani che stavano coinvolgendo la Francia e l’Europa illuminista, intendeva infatti sostituire quello che era sostanzialmente uno Slargo irregolare con una piazza geometricamente ben definita; solo in questo modo si sarebbe infusa maggiore vitalità ad uno dei maggiori punti focali cittadini, in quanto davanti alla Reggia.

Obiettivo dei Napoleonidi era quello di conferire maggiore grandiosità architettonica al Largo, tramite un modello monumentale che impiegava due quinte architettoniche contrastanti, fiancheggiate da elementi neutri (in questo caso, rispettivamente il porticato semicircolare, la Reggia e i palazzi gemelli).

Decisiva, in tal senso, fu la legge del 7 agosto 1809, che ordinò in tutto il regno di Napoli la soppressione dei monasteri; l’abbattimento dei diversi conventi preesistenti, infatti, portò la superficie totale della piazza a triplicarsi, da 9000 a più di 23 000 m2. In questo modo, Murat già nel 1809 poté sancire l’inizio dei lavori per la «Grande e pubblica piazza», il cosiddetto «Foro Gioacchino», da realizzare sotto la direzione dell’architetto napoletano Leopoldo Laperuta, coadiuvato da Antonio De Simone. Per la descrizione della prospettiva progettuale murattiana, si rimanda all’esposizione di Teresa Colletta:

«Il nuovo disegno urbano della grande piazza pubblica era formata da un emiciclo porticato dalla forma semicircolare spinto fin sotto la collina di Pizzofalcone, impostato sullo spazio rettangolare sul cui lato lungo prospettava la reggia e chiuso sui lati minori da due palazzi gemelli allineati su uno stesso asse, ortogonale al primo asse di simmetria generato dal Palazzo del Fontana, congiungente l’ingresso reale al nuovo edificio pubblico circolare al centro dell’emiciclo. Il grandioso portico colonnato circoscrivendo la configurazione della piazza con un semicerchio, al cui centro si apriva un edificio circolare pubblico, coperto a volta per pubbliche adunanze, doveva risolvere il problema del fondale con funzione di quinta contrapposta a quella del Palazzo reale per il nuovo Foro Gioacchino, con spazi pubblici aperti e coperti. Nel punto di incontro dell’asse diametrale orizzontale di chiusura dell’emiciclo e dell’asse di simmetria dello spazio urbano vicereale, doveva collocarsi la statua equestre di Napoleone, quale punto focale dell’intero disegno urbano. Ai due lati, raccordati con l’emiciclo, due palazzi pubblici, costruiti in asse tra loro, determinano le due cortine edilizie laterali della parte rettangolare della nuova piazza; i due palazzi gemellari chiudevano la piazza secondo un asse di simmetria ortogonale a quello principale.»

I lavori per la costruzione del Foro Gioacchino, che proseguirono fino al 1815, portarono all’erezione dei due palazzi gemelli (il Palazzo dei Ministri di Stato e il Palazzo per il Ministero degli Esteri), mentre dell’edificio erano complete solo le fondamenta.

 

Piazza di San Francesco di Paola
Con il ristabilimento sul trono di Napoli di re Ferdinando IV, avvenuto nell’ambito della Restaurazione, i lavori per l’erezione del Foro Gioacchino vennero bruscamente interrotti. Re Ferdinando, infatti, mal gradiva le intenzioni murattiane di costruire un edificio centrale consacrato ai fasti dei Napoleonidi, e antiteticamente decise di edificare sulla stessa area un «Foro Ferdinandeo», con la conseguente realizzazione di una chiesa cristiana consacrata a Francesco di Paola, come voto nei confronti di quel santo che aveva intercesso per lui affinché si restaurasse la corona borbonica. Il disegno generale della piazza e i due palazzi gemelli, invece, vennero conservati.

Per la realizzazione della fabbrica religiosa, venne indetto un nuovo Bando di Concorso, vinto dall’architetto luganese Pietro Bianchi. Il Bianchi collocò al termine dell’emiciclo due statue equestri, di Carlo e Ferdinando di Borbone (la cui realizzazione venne commissionata al Canova), ed edificò un’esedra porticata a semicerchio, senza continuità verso il retrostante quartiere di Pizzofalcone, così da conferire alla piazza un tono maggiormente aulico e monumentale.

La piazza Ferdinandea, o di San Francesco di Paola, venne solennemente inaugurata nel 1846.

 

XX e XXI secolo
Nel 1885 al centro della piazza venne installata una monumentale fontana, elaborata su progetto di Federico Travaglini in occasione dell’inaugurazione del nuovo acquedotto del Serino. Alla cerimonia di attivazione della fontana, avvenuta il 10 maggio, parteciparono re Umberto e la sua consorte Margherita. La fontana, smontata nella prima metà del secolo successivo, ritornò nella piazza cento anni dopo la sua prima installazione, nel 1985, in occasione del centenario dell’inaugurazione dell’acquedotto e anche questa volta fu in seguito smontata.

Nel 1963 un’ordinanza comunale trasformò la piazza in un parcheggio pubblico per far fronte all’incremento incontrollato di autovetture in città. La piazza rimase così deturpata (fra l’altro, oltre al parcheggio vi era anche un’estesa area di stazionamento dei bus del trasporto pubblico a ridosso della carreggiata, ed accolse perfino un ampio cantiere per la realizzazione della Linea Tranviaria Rapida verso la fine degli anni ottanta) fino a quando nel 1994, in occasione del vertice dei G7, la giunta Bassolino le restituì dignità, dapprima sostituendo l’asfalto della carreggiata a ridosso di Palazzo Reale con i più tradizionali basoli, e poi pedonalizzandola in toto.

Dalla riforma bassoliniana, piazza del Plebiscito è diventata lo scenario dei principali avvenimenti cittadini e nazionali: dai comizi elettorali ai concerti musicali, alle cerimonie nazionali ai funerali di grandi personalità, quali Pino Daniele. Tradizionalmente ogni anno nel periodo natalizio sono installate al centro della piazza opere di arte contemporanea, spesso discusse per la loro eccentricità; tra gli artisti che hanno esposto negli ultimi anni si citano Mimmo Paladino, Richard Serra, Rebecca Horn, e Luciano Fabro.

 

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Galleria Borbonica https://www.nardonesuite.it/vicinanza/galleria-borbonica/ Sun, 20 Jan 2019 14:06:52 +0000 https://www.nardonesuite.it/?post_type=itinerario&p=239 Visita il sito della Galleria Borbonica

La Galleria Borbonica, è una cavità sotterranea di Napoli che si estende sotto la collina di Pizzofalcone, nei pressi di Palazzo Reale, nel quartiere San Ferdinando.

Storia
Con decreto del 19 febbraio 1853 Ferdinando II di Borbone commissionò all’architetto Errico Alvino un lungo traforo sotterraneo che collegasse il Largo della Reggia (odierna Piazza Plebiscito) a piazza della Vittoria, passando al di sotto della collina di Pizzofalcone. Una prima idea di eseguire una galleria sotto il colle, che però non ebbe esiti né conseguenze concrete, fu elaborata da Antonio Niccolini verso il 1850.

L’opera rientrava nell’ambito delle opere pubbliche (infrastrutture e non) che Ferdinando II aveva ideato, tuttavia il suo vero fine era militare: doveva costituire una rapida via di fuga (verso il mare) per la famiglia reale in caso di tumulti e un rapido collegamento con la reggia per i soldati acquartierati nelle caserme di Chiaia: la Caserma della Vittoria e la Caserma della Cavallerizza.

Alvino prevedeva una galleria a due corsie con due marciapiedi ai lati. I due sbocchi erano a occidente su via della Pace (odierna via Morelli, aperta sempre nel 1853 dallo stesso Alvino), proprio davanti la caserma della Vittoria, mentre a oriente presso l’attuale piazza Carolina, dietro la basilica di San Francesco di Paola. Il tunnel si sarebbe dovuto chiamare Galleria Reale e entrambe le corsie avrebbero dovuto assumere gli appellativi reali: quella che conduceva a Chiaia doveva essere intitolata Strada Regia mentre quella in direzione opposta Strada Regina.

I lavori cominciarono subito, ad aprile dello stesso anno. Si cominciò a scavare da occidente. Lungo il percorso il traforo intercettò la rete di cunicoli e cisterne legate all’antico acquedotto fatto costruire dal nobile Cesare Carmignano (1627-1629) che serviva la città di Napoli e, in particolare, la zona di Pizzofalcone, ma anche alcune delle numerose cave, tra cui le cave Carafa, incontrate a pochi metri dall’inizio dello scavo. A comportare difficoltà al prosieguo dell’opera furono anche la morfologia irregolare del colle di Pizzofalcone e, in alcuni punti, il mancato consolidamento delle ceneri vulcaniche in roccia solida. Questi fattori costrinsero Alvino a rivedere il progetto, che venne modificato.

Il tunnel, scavato entro il 1855 dopo varie interruzioni, fu inaugurato dal Re il 25 maggio di quell’anno, che rimase molto colpito dall’abilità dimostrata dall’architetto Errico Alvino nel superare, pur lasciandole in attività, 2 cisterne dell’acquedotto con la costruzione di due distinti ponti sotterranei che sono considerati un vanto dell’ingegneria ottocentesca europea. Per l’occasione, il tunnel rimase aperto al pubblico, ignaro degli scopi militari dell’opera, per tre giorni. Tuttavia lo scavo non fu mai ultimato perché proprio nel 1855 s’interruppe per problemi morfologici, a poca distanza dal termine orientale, senza permettere dunque che sboccasse presso piazza Carolina. La morte del Re nel 1859, e le vicende storico-politiche che investirono il suo successore Francesco II delle Due Sicilie, ostacolarono la ripresa dello scavo, che rimase così incompiuto.

Cisterna usata come rifugio durante la II guerra mondiale
Il percorso, nel secolo successivo, fu abbandonato, fino a quando durante la Seconda Guerra Mondiale alcuni ambienti sotterranei furono adoperati e allestiti come rifugio antiaereo dal Genio Militare, elettrificati e forniti di brandine, arnesi da cucina e una serie di latrine. Nel ricovero antiaereo infatti poteva accadere che i napoletani rimanessero anche per molti giorni.

Nel dopoguerra fino agli anni settanta fu adibito a deposito giudiziario comunale dove fu ricoverato vario materiale, come masserizie, moto e auto sequestrate. Molti palazzi soprastanti intanto avevano adoperato le varie cave come discarica abusiva, gettandovi scriteriatamente ogni tipo di rifiuto tramite pozzi e aperture abusive.

Negli anni ottanta le cave Carafa furono adoperate come parcheggio e, durante gli scavi per la realizzazione della galleria della Linea Tranviaria Rapida in piazza del Plebiscito, il Tunnel fu intercettato per errore e comportò la riprogettazione dello scavo. Inoltre si tentò di rafforzare l’opera in corso iniettando nelle cavità materiali stabilizzanti.

 

La riscoperta
Dal 2005 la struttura è tornata all’attenzione dei geologi che lo hanno ispezionato, su incarico del Commissariato di Governo per l’Emergenza Sottosuolo. Nel 2007, furono riscoperti ulteriori ambienti e infine, dopo vari lavori di scavo e messa in sicurezza della struttura, il sito è stato aperto al pubblico dall’Associazione Culturale “Borbonica Sotterranea” il 29 ottobre 2010. Gli ambienti sommersi da metri e metri di detriti di vario genere sono ritornati allo stato originario, divenendo una rilevante attrazione turistica, grazie all’opera di volontari scavatori provenienti da tutte le zone della città e senza alcun contributo pubblico.

Il luogo è dotato di una scenografica illuminazione e, tra gli altri interventi, vi è soprattutto quello del restauro e dell’esposizione delle auto e moto d’epoca ritrovate sul luogo e degli ulteriori ritrovamenti di rilievo, come ad esempio il monumento dedicato al fascista Aurelio Padovani, ritrovato nel marzo 2010 sotto cumuli di macerie.

Inaugurato a Napoli nella piazza Santa Maria Degli Angeli a Pizzofalcone nel 1934, fu progettato da Marcello Canino e scolpito da Carlo de Veroli, con la collaborazione di Guglielmo Roehrssen e in quel momento la piazza cambiò nome e prese quello del comandante fascista. La piazza mantenne il nuovo nome e l’imponente monumento per una decina d’anni. Nel secondo dopoguerra, la voglia di cancellare ogni simbolo del regime, portò alla rimozione delle statue e alla restituzione dell’antica toponomastica.

Nel settembre 2013, grazie alle continue campagne di scavo, è stato ritrovato un secondo, enorme rifugio antiaereo su più livelli, al di sotto della collina di Pizzofalcone in prossimità di palazzo Serra di Cassano. Dopo vari lavori, è stata intercettata la scala di accesso da palazzo Serra di Cassano. Il 30 gennaio 2016 il sito è stato aperto al pubblico. Gli ambienti sommersi da metri e metri di detriti di vario genere sono ritornati allo stato originario, divenendo una rilevante attrazione turistica, grazie all’opera di volontari scavatori e dei proprietari dell’ingresso.

Ingressi
La Galleria Borbonica ha tre ingressi:

  • via Domenico Morelli, vicino a piazza dei Martiri, all’interno del parcheggio Morelli
  • vico del Grottone nº4, Traversa di via Gennaro Serra, nei pressi di piazza del Plebiscito, poche decine di metri sopra il palazzo della prefettura. Questo accesso fu realizzato nel XVIII secolo per permettere ai pozzari di eseguire manutenzione alle cisterne dell’antico acquedotto, adoperato per accedere al rifugio antiaereo negli anni della guerra e in seguito colmato di detriti e macerie.
  • via Monte di Dio n. 14, Palazzo Serra di Cassano. Questo accesso fu realizzato nel XVIII secolo per permettere ai pozzari di eseguire manutenzione alla cisterna del Palazzo Serra di Cassano, adoperato per accedere al rifugio antiaereo negli anni della guerra e in seguito colmato di detriti e macerie.
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Via Chiaia https://www.nardonesuite.it/vicinanza/via-chiaia/ Sun, 20 Jan 2019 13:57:29 +0000 https://www.nardonesuite.it/?post_type=itinerario&p=236 Via Chiaia è una strada di Napoli ubicata nel centro storico cittadino nell’omonimo quartiere.

La via parte da piazza Trieste e Trento, nei pressi di piazza del Plebiscito e di via Toledo e termina a piazza dei Martiri, molto vicino all’inizio della riviera di Chiaia.

Via Chiaia è assieme a via dei Mille una delle più eleganti e conosciute strade di Napoli per lo shopping d’élite.

La strada è comunque costituita da numerosi importanti edifici e chiese monumentali, tra i quali si ricordano alcuni di essi:

  • La Chiesa di Sant’Orsola a Chiaia, seppur abbia perso dopo i restauri ottocenteschi gran parte del suo pregio originario, presenta pregiati affreschi sugli archi della navata e sulla volta.
  • La seicentesca Chiesa di Santa Caterina a Chiaia, pur presentando una modesta facciata, può vantare dei pregevoli e vasti interni; nell’edificio di culto, infatti, sono custodite opere di Sarnelli e inumate personalità del calibro di Maria Clotilde di Borbone-Francia.
  • Il Palazzo Cellammare è un antico palazzo nobiliare fondato nel XVI secolo per volontà dell’abate di Stigliano Giovanni Francesco Carafa. La connotazione odierna del palazzo, che ha conosciuto numerosi interventi di abbellimento successivi alla sua fondazione, connota una «mescolanza del severo e del pomposo, del cinquecento e del barocco».
  • Il Ponte di Chiaia, costruito nel 1636 per collegare la zona di Pizzofalcone con i Quartieri Spagnoli, è in stile neoclassico e presenta varie decorazioni marmoree. Solo una delle due arcate che la compongono è visibile, per via dei palazzi costruiti in seguito.
  • Il Teatro Sannazzaro, altrimenti noto come Bomboniera di via Chiaia, venne inaugurato nell’Ottocento. Calcarono il suo palcoscenico grandi interpreti, come Emma Gramatica e Ruggero Ruggeri.

Lungo la strada sono diversi anche i negozi storici della città, come il Gran Caffè Gambrinus, il quale costituisce l’inizio proprio di via Chiaia, avendo come indirizzo via Chiaia n. 1. Altro luogo storico presente lungo il tracciato è la pizzeria Brandi, dove nel giugno 1889 fu inventata la pizza Margherita.

La via termina poi a piazza dei Martiri, dalla quale si può accedere alla Riviera di Chiaia scendendo per via Calabritto, o al Chiatamone, scendendo per via Domenico Morelli. Poco prima della piazza invece, dopo il palazzo Cellammare, svoltando a destra, è possibile giungere a via dei Mille.

Via Chiaia, infine, affianca sul lato destro (rispetto a chi sale) i quartieri Spagnoli offrendo interessanti scorci degli stessi spesso fotografati dai turisti.

La via è esclusivamente destinata al transito pedonale.

Storia
È facilmente intuibile dal percorso che assume la strada che era in precedenza un alveo naturale che si snodava ai piedi del monte Echia.
Via Chiaia era la strada che portava all’estremo ovest della città e ai Campi Flegrei via costa.
Accrebbe la sua importanza il collocamento dell’antica porta Petruccia poi detta porta di Santo Spirito (perché posta vicino al convento di Santo Spirito oggi non più esistente) alla fine della strada, presso l’incrocio con via Santa Caterina. La porta fu chiamata da allora porta di Chiaia e talvolta porta Romana visto che dopo i Campi Flegrei veniva Roma, percorrendo la via Domiziana.
La porta fu abbattuta nel 1782, quando l’espansione verso ovest era davvero necessaria per la città.

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